Spedizione dei Mille. Dallo scoglio di Quarto si salpa per la Sicilia. Un uomo scrive alla sua donna, la convinzione di andare a combattere per una giusta causa vince la nostalgia e la paura di perderla.

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La sera del 5 Maggio 1860, 1162 uomini provenienti da tutta Italia, al comando del Generale Giuseppe Garibaldi, salparono dallo scoglio di Quarto per liberare la Sicilia. Erano poco e male armati e si sarebbero trovati di fronte un esercito organizzato e ben equipaggiato.

Garibaldini bresciani

Garibaldini bresciani

Ma quei pochi uomini avevano dalla loro un incredibile entusiasmo che derivava dalla convinzione che l’impresa cui si apprestavano era sacra. Sacra perché la sentivano sostenuta da un intero popolo, quello italiano, che ormai da mezzo secolo si stava rendendo conto di poter diventare un solo vero popolo, unito e libero.

Si sa che la Storia, cinica per necessità, ha nel frattempo un po’ ridimensionato la portata “ecumenica” della spedizione garibaldina. Ma gli uomini che vi parteciparono non avevano la visione della Storia e nemmeno della grande Politica. Sentivano, tutti, qualcosa di forte, di esaltante che li spingeva a mettere in gioco la propria vita coraggiosamente e senza rimpianti.

Erano calzolai, falegnami, medici, imbianchini, avvocati, possidenti, operai, scrivani, pescivendoli, negozianti, militari, contandini… Erano lombardi, piemontesi, liguri, toscani, veneti, siciliani, campani, friulani….(v. l’elenco)

Non si accapigliavano per un rigore non dato o per entrare nella casa del grande fratello. Non lavoravano, loro e le mogli, per poter comprare ai figli le Nike o il Nintendo DS. Non davano fuoco a un barbone o tiravano sassi dai ponti perché si annoiavano. Non sbavavano davanti a modelline, veline, letterine discinte adottandole come modello di donne ideale. Non avevano T-shirt D&G.

Avevano una camicia, un foulard e un berretto rossi. E un unico, grande e condiviso valore, giusto o sbagliato che fosse: l’amore per la loro Patria italiana.

Yanez, l’amico portoghese di Sandokan. Una storia di profonda e leale amicizia.

Ascolta “Yanez De Gomera”

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Yanez by its author is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License.
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Il ciclo dei Pirati della Malesia è stato in assoulto la mia prima lettura. Me lo regalarono per la prima comunione e fu una scoperta meravigliosa. Salgari ti immergeva in mondo lontano, anche nel tempo, ma te lo faceva vivere, bello palpitante davanti agli occhi.

Il personaggio che ho amato di più in quei romanzi non è stato Sandokan, l’eroe protagonista, il pirata feroce, ma gentile e coraggioso. E’ stato il fratellino bianco, l’uomo con l’eterna sigaretta. E’ stato Yanez. Yanez De Gomera, l’avventuriero  porteghese furbo e ironico, l’Ulisse di Salgari (contrapposto a Sandokan-Achille).

Yanez  mi era simpatico perché sembrava un po’ più umano della Tigre di Mompracem, tutto preso dalle sue passioni, la vendetta contro James Brooke, l’amore per Marianna, che lo rendevano anche, diciamolo, un po’ permaloso e spesso intrattabile. Yanez era sempre calmo, tranquillo, non si scomponeva mai più di tanto e, anzi, spesso tentava di riportare il suo amico con i piedi per terra.

Ecco, il suo amico. L’amicizia era fondamentale per tutti e due, ma, se Sandokan la manifestava con slanci potenti, a volte anche di intensità imbarazzante, per poi chiudersi in mutismi scontrosi, Yanez la dimostrava con i fatti, senza tante parole e smancerie, la dimostrava, soprattutto, con l’abnegazione e la lealtà.

A questo, credo, sono stato sempre legato di Yanez. L’amicizia è un valore assoluto, sacro, superiore a quello della propria vita, che non va proclamato a gran voce, ma dimostrato con l’azione, con i fatti. E non certo per ottenere qualcosa in cambio.

Nella nostra ormai oscura età barbarica, dopo “amore”  la parola più abusata è “amico”. Oggi sono tutti amici. Ti ho visto una volta, ci siamo dati del tu, mi hai aggiunto a Facebook (aaargh!), ti ho presentato qualcuno e sono “un tuo amico”. Peggio ancora quando ti dichiari tale perché magari ti posso essere utile, ora o in un nebuloso futuro. I potenti infatti, o gli aspiranti tali, sono pieni di amici, grondano amici da tutte le parti. I quali, a loro volta, gongolano felici perché così possono raccontare di essere amici del Tale o del Talaltro (e magari non si sono nemmeno mai presentati).

Ma quali amici e amici. Perfavore.

L’amicizia è un rapporto esclusivo. Gli amici si conoscono a fondo, anche se sono totalmente diversi tra di loro. E non si aspettano niente dall’altro. L’amicizia è in grado di generare forme di telepatia. La conoscenza dell’Altro è talmente profonda, che istintivamente ci si fa vivi proprio quando l’altro ne ha bisogno, senza nemmeno saperlo. E’ talmente profonda che ascoltare l’amico e condividere la sua gioia (ah l’invidia dei presunti amici invece!) o la sua tristezza sono comunque e sempre un piacere.

Quanti ne hai di amici così, eh? Troppo facile essere amici solo perché si beve una birra insieme una volta l’anno.

Yanez era un amico, Sandokan era un amico,  gente per cui l’Amicizia – abnegazione, lealtà, onore – era un modo di arricchire di senso la propria vita.

E se Dio, o chi per lui, stanco dell’Uomo, della sua arroganza e della sua meschinità, lo abbandonasse, anzi, lo ripudiasse?

Forse, però, l’ha già fatto…

Ascolta “L’Essere Umano” 

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“Essere Umano”. E’ un modo per definire l’Uomo. Ma è anche un’esortazione a comportarsi da Uomo, da Essere Umano. A vivere con dignità la propria condizione di Uomo.

Ognuno ha la propria percezione di cosa questo voglia dire.

La mia è rispetto per gli altri, per le loro idee e per il loro modo di vivere. Il mio modo di manifestare rispetto non è mai tuttavia sottomissione: è, invece, sobrietà negli atti e nel linguaggio (il contrario di volgarità), curiosità in quello che gli altri hanno da dire o da fare (il contrario di arroganza), gioia nel gustare e condividere tutto il bello che i 5 sensi ci permettono (il contrario di accidia).

Rispetto e, quindi, “essere umani”, è per me non anteporre mai me stesso agli altri o alle cose degli altri, ma anche non esservi sottomesso. La libertà.

Taluni, nella loro vita o, nella fantasia di scrittori e poeti, hanno lottato per questo, la maggior parte delle volte e in primis, contro sè stessi – voglie, aspirazioni, limiti. Questi sono i “campioni”, coloro ai quali mi ispiro e vorrei ispirarmi. Non per ciò che hanno fatto, ma per lo spirito con cui l’hanno fatto.

Anni addietro ho scritto alcune canzoni per celebrarli. Piccole cose. Cantate maluccio e suonate peggio, ma con passione 🙂

Il blog sarà un percorso, ogni tappa una canzone, un “campione”. Forse qualcuno mi farà compagnia scrivendo esperienze, pensieri, critiche.

E, forse, qualcuno ne trarrà ispirazione 😉